Di recente ho avuto un lieve episodio depressivo, probabilmente legato alla stanchezza del trasloco e ad altri problemi esistenziali; niente di grave, ma non ci deprimiamo solo per cose serie. Come terapeuta, ho visto chiaramente arrivare i segnali d'allarme: improvvisi scoppi di tristezza esagerata, voglia di lamentarmi, stanchezza fin dal risveglio, una visione cupa della vita e la sensazione che nulla potesse migliorare, né io né i miei problemi.
Altri due segnali mi preoccupavano: da una parte il mio corpo cominciava a non obbedirmi più, spesso rallentava, spesso si prostrava, ai miei muscoli non arrivava alcuna idea di muoversi o di agire, se non con un grande sforzo da parte mia; dall'altra parte la voglia di arrendermi, di lasciarmi andare.
Fu allora che mi resi conto che la situazione poteva sfuggirmi di mano. Ho una storia familiare di depressione e sentivo che i miei geni depressivi si stavano risvegliando e iniziavano il loro sporco lavoro di distruzione.
Così ho iniziato con sforzi semplici: camminare ogni giorno nei boschi vicino a casa mia, non perdere mai una sessione di meditazione, svolgere compiti semplici e facili (mettere in ordine, cucinare), cercare la compagnia di persone che stanno bene, lottare per respingere e disinnescare pensieri e scenari negativi, sforzarmi di sorridere a me stessa e ripetere costantemente "andrà tutto bene, andrà tutto bene". Niente di troppo complicato, ma ho mantenuto questo impegno nel tempo.
Forse non sarebbe bastato; avrei dovuto prendere in considerazione antidepressivi o l'aiuto di un collega. Ma ha funzionato. Nel giro di pochi giorni non mi sentivo meglio, ma mi rendevo conto che stavo smettendo di peggiorare. Poi, per alcune settimane, è arrivato un periodo di fragilità: riuscivo a tenere la testa fuori dall'acqua, ma qualsiasi battuta d'arresto, grande o piccola, avrebbe riavviato il motore depressivo. Finalmente, dopo mesi, un graduale ritorno alla serenità. Quando leggerete queste righe, questa storia sarà probabilmente un ricordo del passato.
Allora, perché vi racconto tutto questo? Perché mi sembra che a noi umani faccia bene quando i nostri simili ci raccontano come affrontano le loro difficoltà. E perché è meglio ricordarci quanto siamo fragili e quindi quanto sia importante coltivare la nostra felicità, che è una barriera (non una garanzia) contro la depressione.
E poi, poiché ogni avversità ci lascia un'eredità (avrei preferito fare a meno dell'eredità ed evitare l'avversità, ma non scegliamo!), ho conservato da questo episodio questa frase dello scrittore Frédéric Pajak:
"Siamo ciò che possiamo essere, molto più di ciò che vorremmo essere."
Quando i venti sono contrari, fai quello che puoi, non quello che vuoi; ma quel poco, devi assolutamente farlo, per non affondare...
Illustrazione: Un asino che soffre anch'esso di un leggero attacco di depressione, ma è ben consolato e distratto... (La regina delle fate Titania e il sedere dell'asino, di Edwin Landseer, 1848-1851, National Gallery of Victoria, Australia).
PS : cette chronique a été publiée à l’origine dans Psychologies Magazine en novembre 2024.
